mercoledì 30 aprile 2008

NOLEGGIA UN PELLEGRINO

Lo paghi, e lui cammina per te.
Per 2500 euro versabili con carta di credito attraverso il sito http://www.peregrino.org, l’imprenditore del software Carlos Gil parte dalla sua casa di Cascais, vicino Lisbona, e raggiunge il santuario di Fatima, a 160 chilometri di distanza, sempre a piedi e in sette giorni contati. Lì prega per il committente, purifica il suo spirito, e gli invia un certificato comprovativo con i francobolli timbrati di tutte le città incontrate nel tragitto.

Carlos Gil come appare nel suo portale peregrino.org

martedì 29 aprile 2008

CONFRONTO

Il fine settimana lungo mi ha confuso le idee, e sono andato alla Feira da Ladra(1) di venerdì. Non mi era mai capitato di vedere questa piazza vuota.


(1) La Feira da Ladra è uno storico mercato di Lisbona che si svolge il martedì e il sabato nel Campo de Santa Clara, tra Graça e Alfama.

lunedì 28 aprile 2008

I MURI HANNO ORECCHIE

L’edificio che appare nella foto si trova nella Rua António Maria Cardoso, nel quartiere dello Chiado, e presto ospiterà degli appartamenti di lusso. Per poterlo costruire però nell’ottobre del 2005 è stata abbattuta l’ex sede della PIDE, la polizia politica dell’Estado Novo, dove centinaia di oppositori vennero torturati durante i quarant’anni di dittatura salazaritsta. In memoria di quel periodo non è rimasta nemmeno una targa commemorativa, la demolizione ha cancellato tutto.


Quest’episodio ha dato all’architetto pratese Giorgio Fratini, che nel 2000 ha vissuto a Lisbona nell’ambito del programma Erasmus, l’ispirazione per comporre Sonno elefante - I muri hanno orecchie, un fumetto che racconta la macabra storia di quel palazzo e fa riflettere sul rischio di come le città possano evolversi perdendo traccia del passato. In Italia è stato pubblicato a febbraio dall’editore BeccoGiallo al prezzo di 14 euro, mentre in Portogallo l’uscita è attesa per questa settimana col titolo As paredes têm ouvidos - Sonno elefante.

venerdì 25 aprile 2008

ANCHE UNA TAVOLA DEI LOGARITMI PUÒ ENTRARE NELLA STORIA

All’una di notte del 25 aprile del 1974, quando il dittatore Marcelo Caetano seppe che alcuni reparti dell’esercito stavano occupando Lisbona per destituire il regime, si rifugiò insieme a due ministri nella sede della Guardia Nazionale Repubblicana, in Largo do Carmo. Terrorizzato, restò per 14 ore seduto su una poltrona in una stanza del primo piano.


Intorno alle due del pomeriggio i soldati arrivarono nella piazza, e il Capitano Salgueiro Maia, col megafono, ordinò a Caetano di arrendersi e lasciare il palazzo. Il dittatore però decise di resistere, di non alzarsi dalla poltrona. I militari allora spararono due fucilate in direzione della sua finestra, ma non colpirono nessun uomo, bensì una coppia di tavole logaritmiche chiuse nella vetrina della libreria.


Da allora questi volumi non sono mai stati spostati, e i grossi buchi visibili al centro delle copertine ricordano gli unici due proiettili sparati dall'esercito nel giorno della Rivoluzione.

giovedì 24 aprile 2008

OH NO! PURE QUI IL MAXIBON?


Eh sì, anche in Portogallo, ma solo una volta all’anno.
Alla vigilia del 25 aprile infatti, giorno in cui si commemora la Rivoluzione dei Garofani del 1974, la RTP trasmette sempre il film “Capitães d'Abril” di Maria de Medeiros, dove Stefano Accorsi interpreta il Capitano Salgueiro Maia, uno degli eroi del colpo di Stato che spodestò la dittatura di Marcelo Caetano, il successore di Salazar.
E quindi fascismo nunca mais, ma anche two gust is megl che one!

lunedì 21 aprile 2008

LISBOA NA CIDADE NEGRA – GENERAL D

Ho terminato di leggere in questo fine settimana il libro “Lisboa na cidade Negra” del sociologo francese Jean-Yves Loude, uscito a giugno per le edizioni Dom Quixote al prezzo di 16 euro.
È l’unica ricerca finora condotta sulle influenze culturali esercitate a Lisbona dalla comunità africana. Il fatto che non sia nemmeno opera di un portoghese la dice lunga sull’interesse che mostrano i tugas nei confronti delle ex colonie.

Tra le varie testimonianze raccolte dall’autore, ho deciso di tradurre il “monologo” del General D, nome d’arte del mozambicano Sérgio Matsinhe, il primo rapper che ha cantato in lingua portoghese.
General è un nome di guerra che porta dall’adolescenza, quando al Barreiro, quartiere malfamato sulla riva sinistra del Tejo, riunì una banda di neri per combattere un gruppo di skinheads. Il significato della lettera D, invece, è un segreto che non ha mai svelato a nessuno.

“Sono nato a Maputo, in Mozambico, il 28 ottobre del 1971, povero e nero. Due anni dopo i miei genitori emigrarono a Lisbona, illusi di trovare una vita migliore. Già da piccolo, crescendo al Barreiro, mi sentivo uno ‘scuro’, tra i peggiori individui della specie. Mi ricordo di una canzone che sentivo per strada, e che faceva: ‘Ci sono Manuel e João, bimbi portoghesi, e poi c’è Chico lo scuro, piccolo negro’. Non avevo i soldi per vestirmi come i miei amici, e passai un’adolescenza frustrante, cercando di apparire un bianco negli atteggiamenti e nell’aspetto fisico. Come molti altri giovani neri usavo creme per schiarirmi la pelle e andavo dal parrucchiere per farmi lisciare questi ricci ispidi. Ciò non bastava, ero sempre bersaglio di insulti razzisti, mi accettavano soltanto per giocare a pallone, perché ero bravo e compatriota di Eusebio, la mitica Pantera Negra del Benfica. Le ragazze bianche non mi guardavano nemmeno: volevo conquistarne una non per passione, ma per ascendere allo stesso livello dei portoghesi. Ma niente, ero sepre emarginato: io stesso maledicevo il mio largo naso da nero e le mie labbra spesse. Non mi accettavo”.

Il General D come appare sulla copertina del suo terzo disco Kanimambo (http://cotonete.clix.pt/)

“Poi a diciotto anni la mia vita cambiò, perché conobbi l’hip-hop e i testi di denuncia sociale del rap. Smisi di comportarmi come un bianco, divorai tutte le biografie di Malcom X e a scuola litigavo con quei professori che sostenevano che l’Africa e gli africani non erano niente prima dell’arrivo dei colonizzatori. Mi avvicinai al movimento hip-hop iniziando a comporre i miei primi brani, con l’intenzione di dar voce alla rabbia delle comunità nere costrette a vivere nei bairros de lata della periferia lisboneta. Noi neri non crediamo nei nostri mezzi. Non abbiamo autostima e pensiamo che sia impossibile diffondere la nostra arte al di fuori dei ghetti in cui c’hanno rinchiuso. Il mio primo disco uscì nel 1994 e si chiama PORTUKKKAL, perché paragona il Portogallo al Klu Klux Klan. È una critica violenta al Governo razzista di allora, il cui Primo Ministro era l’attuale Presidente della Repubblica Cavaco Silva, e agli stessi africani che come avevo fatto io cercavano di allontanarsi dalle loro radici per sembrare dei bianchi. Fui il primo rapper a cantare in portoghese, nessuno pensava di poter scrivere certi testi usando la lingua del fado. Dopo la prima apparizione in TV la EMI mi fece un contratto, ma nel giro di tre anni fondai una casa di produzione indipendente, per favorire il lancio di musicisti appartenenti alla mia comunità”.

“I neri del Portogallo in assenza di modelli propri hanno sempre cercato nei neri d’America un riferimento culturale, ma questo è sbagliato, perché le nostre storie sono diverse. Il mio rap non è influenzato come il loro dal blues, dal funk e dal soul, ma dal funaná, dalla coladeira e dal batuque capoverdiani”.

“Lisbona non è una città multiculturale, qui comandano gli occidentali, e tutti gli altri sono rinchiusi nei ghetti periferici. Le nostre stesse manifestazioni culturali sono ghettizzate, e quando escono sono controllate e mitigate dai bianchi. È nostro compito trovare delle forme di comunicazione indipendenti”.

giovedì 17 aprile 2008

I PENSIERI DEL BLOGGER (Rubrica di intuizioni editoriali, parte 5)

"Anche le statistiche lo confermano: le donne visitano molto attentamente il mio blog..."

mercoledì 16 aprile 2008

E ADESSO UN PO' DI SVAGO...

Nella foto, al centro, il capolista al Senato per la Sinistra Arcobaleno nella regione Emilia Romagna in vacanza a Lisbona.

martedì 15 aprile 2008

E ADESSO OGNUNO FACCIA LA SUA PARTE

Fausto Bertinotti ha annunciato che si dimetterà da presidente della Sinistra Arcobaleno per riprendere la strada della militanza comunista. Ognuno di noi lo aiuti con un piccolo incentivo. Io gli dono questo simil-eskimo che non metto più da quando compro all'outlet di Barberino del Mugello.

lunedì 14 aprile 2008

I PENSIERI DEL CRISTO REI

"Oh ragazzi, quando il Tejo era pulito c'erano certe spigole grosse così..."

venerdì 11 aprile 2008

I GHETTI NERI DI LISBONA (Seconda parte)

Leggi la prima parte!

“Mi chiamo Veladimir perché mio padre era comunista, e quando da Capo Verde arrivai in Portogallo ero un bambino, e la polizia salazarista pensava che fossi una spia russa. A sedici anni scappai a Parigi per evitare la chiamata nell’esercito, mi avrebbero mandato a morire in una guerra coloniale, come accadde a tanti miei coetanei”.
L’autobus ci lascia ai piedi della collina di São Bras, e mentre saliamo Veladimir continua a raccontare. “Era il 1968, e la capitale francese scopriva la rabbia del movimento studentesco. Ogni giorno c’erano scontri con la polizia, cariche, manganellate, arresti. La gendarmerie prendeva pure i passanti, quelli che per caso si trovavano in mezzo al disordine, e li metteva nei guai. Io mi dissi: ‘Se per sbaglio mi faccio beccare in mezzo a un casino questi mi rimandano a Lisbona, e poi mi tocca sbarcare in Africa col fucile’. Così andai in Olanda a cercarmi un lavoro. Arrivato ad Amsterdam mi incamminai verso il porto, deciso ad ottenere un impiego da marinaio. Non scherzo: dopo due ore stavo già lavando i piatti a bordo di una nave da crociera svedese. Ne lavavo 1400 al giorno, ma giravo il mondo, e questo per me era tutto”.
Ci fermiamo alla base di una schiera di palazzi bianchi.


“Siamo a São Bras, un quartiere nato nel 2000 per rialloggiare 5000 neri che vivevano nella baracche, giù nella zona di Amadora. Il governo portoghese non c’ha messo un soldo, è stato tutto finanziato dall’Unione Europea, dal primo all’ultimo mattone. Bruxelles mandò i suoi supervisori per evitare che si creassero casi di corruzione, e in due anni terminarono i lavori. Durante quel periodo i bambini andavano a scuola in dei container di metallo piazzati tra un cantiere e l’altro, come dei terremotati, poiché la Câmara Municipal non trovò una soluzione migliore”.
Ci spostiamo verso la ferrovia per raggiungere il bairro 6 de Maio, chiamato così perché il 6 maggio dell’84 iniziò ad accamparsi lì il primo nucleo di immigrati africani che attualmente vi abitano. Oggi il quartiere conta circa 1500 persone, in prevalenza angolani e mozambicani. Secondo i dati della polizia, intorno al 6 de Maio vengono commesse una media di 100 rapine al giorno.
“Veladimir, mi stavi dicendo che facevi il lavapiatti in una nave svedese. E alla fine come sei diventato un giornalista?”
“Feci lo sguattero per qualche mese, poi chiesi alla dirigenza della compagnia di poter frequentare un corso da macchinista, e loro acconsentirono. Mi mandarono a Stoccolma per quattro anni a studiare in una scuola di specializzazione, e lì presi contatto con alcuni giornali proponendo dei reportage sulle comunità capoverdiane emigrate in Svezia. Fu proprio scrivendo sui miei conterranei che iniziai questo lavoro, grazie al quale ho vissuto negli Stati Uniti, in Germania, in Russia e persino in Ungheria. Poi nel ’98 un giornale olandese mi inviò a Lisbona per fare un servizio sull’Expò, e con mia moglie decisi di fermarmi qui. Guarda, queste baracche già appartengono al bairro 6 de maio”.


A due metri dai binari del treno, tra la rete di recinzione della linea e dei cassonetti ricolmi di spazzatura una grossa donna nera sta arrostendo dei polli su un pancale di legno. Le chiedo di poterla fotografare, ma ad ogni mia spiegazione risponde: “Perché?”
“Sai Sandro, a differenza di quanto è accaduto a Cova da Moura, gli abitanti del 6 de Maio non si sono mai associati per avanzare richieste alle istituzioni. Qui lo Stato non esiste, siamo in una vera e propria favela”.
Continuiamo fino all’uscita del quartiere.
“Vedi quel bar all’angolo?”


“Lì si siede spesso un vecchio musicista capoverdiano detto Johnson, un virtuoso del violino. È sempre stato troppo povero per potersene comprare uno, e così ancora oggi suona quello che si è costruito da ragazzo con la corteccia di un albero e tre canne da pesca. Due mesi fa, quando ha fatto novant’anni, gli hanno chiesto: ‘Johnson, cosa vorrebbe ancora dalla vita?’. E lui ha risposto: ‘Un violino autentico’”.

mercoledì 9 aprile 2008

I GHETTI NERI DI LISBONA (Prima parte)

“No, non vogliamo essere fotografate. Perché, cosa c’è di interessante? Noi ci viviamo ogni giorno in questa merda”.
Poi mi chiedono delle cose in una lingua che non capisco.
“È italiano, si chiama Sandro”, gli risponde Vleadimir in portoghese.
“Fotografa me, italiano! A me piace”, mi dice una donna dall’altra parte della strada.
“Grazie. Lei come si chiama?”
“Maria Amalia”.
“E il cane?”
“Bobby”.


“Vleadimir, parlavano creolo?”
“Sì, di sotavento, cioè delle isole meridionali di Capo Verde, dove sono cresciuto io. È incomprensibile perché è una mistura di dialetti dell’Africa centrale. Quelle donne sapevano che non le avresti capite, volevano farti sentire un intruso. Queste vie sono pubbliche, ma ogni straniero è visto come un nemico. Qui non siamo in un quartiere come gli altri, qui siamo a Cova da Moura, un ghetto negro”.

Lisbona, 25 aprile 1974: un colpo di stato militare mette fine a 40 anni di dittatura fascista. Il Consiglio della Rivoluzione concede l’indipendenza alle colonie africane, economicamente disastrate e senza una pubblica amministrazione. In pochi mesi migliaia di angolani, mozambicani e capoverdiani emigrano in Portogallo per sopravvivere.

“Come è nato Cova da Moura?”
“Semplice: chi arrivava dalla ex colonie o non poteva pagare un affitto oppure si sentiva dire dai padroni di casa che gli inquilini neri erano sgraditi. E così, nel giro di cinque anni, 7000 africani sono venuti qua, e ogni famiglia si è costruita la propria baracca abusiva. Guarda quella, sembra una palafitta”.


“E qui cosa c’era prima?”
“Niente, campi di grano, come in tutta la zona nord-ovest di Lisbona. Vedi quella casa verde?”


“Ecco, nel 2000, durante una retata della polizia, una banda armata ha atteso gli agenti sul tetto. Ci sono state scene da guerra, e alla fine è morto un ragazzo capoverdiano di diciassette anni”.
“E perché la polizia è venuta qui?”
“A Cova da Moura circolano tanta droga e tante armi, è un centro nevralgico della criminalità lisboneta. Adesso siamo arrivati in un’area del quartiere abitata dai returnados, cioè dagli ex coloni portoghesi. Questa gente dopo il 25 aprile del ’74 è stata cacciata via dai governi dei paesi africani in cui viveva subendo pure l’esproprio degli immobili. Coi pochi soldi che avevano nelle banche portoghesi sono comunque riusciti a costruirsi queste case, che hanno un aspetto quasi normale”.


“Cova da Moura vive una forte conflittualità geografica: nella parte alta abitano gli ex coloni, pure loro vittime della dittatura, e nella parte bassa gli ex colonizzati, che covano verso i returnados sentimenti di odio. Usciamo di qua, voglio farti vedere un panorama”.

Io e Vleadimir scendiamo un paio di chilometri verso la stazione di Amadora, fino all’acquedotto das Aguas Livres.
“Ecco, fotografa questi palazzi. Sono stati costruiti tutti negli anni ’60 da Jota Pimenta, un imprenditore così potente che obbligò il governo a far passare la ferrovia di qui".


"Jota Pimenta era un fascista, e dopo la rivoluzione scappò in Brasile senza un soldo. Verso l’84 tornò in Portogallo per riprendere gli affari, e nonostante il suo passato la Caixa Geral de Depositos, che è pure una banca pubblica, gli concesse un prestito enorme. Lui tirò su un nuovo quartiere chiamato Quinta da Mocha, vicino l’attuale Expo, che in breve tempo si riempì di angolani. Non c’erano strade, fognature, servizi igienici, niente: solo casermoni altissimi privi di ascensore. Le persone piuttosto che scendere le scale preferivano buttare la spazzatura dal balcone, che poi non veniva mai raccolta. Era un ambiente infernale, tanto che venivano giornalisti da tutta Europa per farci dei servizi, ma se ne tornavano a casa con l’epatite. Tutto questo col governo e la stampa portoghese indifferenti. Alla fine arrivò dall’Inghilterra l’inviato del Daily Mail imbottito di vaccini, e scrisse due pagine di reportage che causarono uno scandalo a livello internazionale, al punto tale che il primo ministro Cavaco Silva, oggi presidente della Repubblica, fu costretto a uscire dal silenzio e a chiedere fondi alla Comunità Europea per il risanamento della zona”.

E mentre ci incamminiamo verso il quartiere di São Bras, Vleadimir mi racconta la storia della sua vita.

Leggi la seconda parte!

lunedì 7 aprile 2008

SE SEGUI IL PREFISSO AL...

In portoghese tutte le parole che iniziano per “Al” derivano dall’arabo. Ad esempio alface (lattuga), alfândega (dogana), algazarra (schiamazzo) e alfaiate, che significa sarto. E le ultime sartorie ancora aperte a Lisbona appartengono proprio a giovani musulmani, in prevalenza provenienti dall’India, dalla Guinea e dal Pakistan. Mohammad Ameen ha trent’anni, è di Lahore, una città nel nord-est del Pakistan, e dal 2005 gestisce in Calçada da Estrela l’atelier “Alfaiate Islam”.

Come sei arrivato in Portogallo?
A Lahore facevo il controllore di pelli per una fabbrica legata al gruppo Ikea. È stato il mio lavoro a partire dal 1993, quando avevo quindici anni. Poi nel 2004 un dirigente mi propose di frequentare un corso di specializzazione in Germania, ed io accettai. Lasciai il Pakistan con un permesso di studio che durava sei mesi, ma arrivando in Europa capii gli enormi vantaggi economici che avrei avuto rimanendo qua. Così andai alla ricerca disperata di un visto tra Francia e Germania, senza però ottenere nulla. Alla fine, pochi giorni prima dalla scadenza del mio permesso, un amico mi informò che il governo portoghese stava riaprendo i flussi di immigranti extracomunitari, e in meno di una settimana arrivai a Lisbona.
Cominciasti subito a lavorare come sarto?
Sì, appena regolarizzai la mia situazione fui assunto da un sarto indiano. Sono rimasto con lui fino al 2005, poi decisi di rischiare e di aprirmi questo atelier.
Dove hai imparato questa professione?
È sempre stata la mia passione, che ho appreso osservando mia madre cucire. Gli altri bambini giocavano per strada ed io rimanevo con lei a rammendare e scorciare pantaloni. Durante il periodo di lavoro in fabbrica mi esercitavo di notte, appena rientravo in casa.

Mohammad Ameen nella sua sartoria di Calçada da Estrela

Il sarto è un lavoro comune in Pakistan?

Sì, tanti bambini dall'età di sei o sette anni vengono mandati nelle sartorie ad imparare il mestiere, e in genere impiegano cinque anni a completare la formazione. In Pakistan però i sarti non sono unisex: gli uomini lavorano per gli uomini e le donne per le donne.
Chi sono i tuoi tipici clienti?
L'80% dei miei clienti sono portoghesi fra i 30 e i 40 anni, per il resto indiani. Lavoro molto per le persone grasse del quartiere, che non riescono a trovare nei negozi un vestito della loro taglia.
Nel medioriente ci sono tecniche di cucitura diverse rispetto all'occidente?
No, i metodi sono simili, e pure i tessuti. Ad eccezione dell'abito da sposa però i vestiti occidentali sono più elaborati.
E come è fatto l'abito da sposa pakistano?
Ah, è bellissimo, pensa, lo fanno sempre le madri: iniziano quando le figlie sono piccole, e per completarlo possono metterci anche dieci anni. È costituito da una gonna molto larga, da una tunica e da un velo, che è chiamato così, ma pesa intorno ai 20 chili; sopra infatti ci vengono cucite molte decorazioni, perfino metalliche. Aspetta, prendo le stoffe e ti do un'idea di come è fatta la composizione del mantello.


La moda occidentale e quella orientale si influenzano a vicenda?
Qui in Europa ho notato che le gonne estive hanno un taglio tipicamente orientale, mentre da noi è molto forte l'influenza occidentale sui vestiti maschili. La nostra moda femminile invece non si è mai evoluta a causa dei principi religiosi. Soltanto nelle grandi città le donne più ricche portano i pantaloni.
A Lisbona che lavoro fanno la maggioranza dei pakistani?
Quelli che non fanno i sarti lavorano nella muratura, al nero oppure pagati col salario minimo, che in Portogallo è di 3 euro e 25 centesimi all'ora. È poco, ma i 100 euro che riescono a mandare a casa ogni mese valgono più del doppio di uno stipendio medio pakistano, pari a 450 Rupia, 45 euro esatti.
E tu quanto guadagni?
Togliendo tutte le spese mi rimangono 500 euro mensili: 300 li tengo per me e 200 li invio alla mia famiglia.
A Lisbona che relazioni ci sono tra gli immigrati del medioriente e quelli dell'Africa?
Nessuna, solo qualche contatto con i guineensi, che in prevalenza sono musulmani, e coi mozambicani di origine pakistana. Sia dall'India che dal Pakistan infatti, a causa delle antiche rotte commerciali dei portoghesi, c'è sempre stato un notevole spostamento di persone verso il Mozambico.
Dai portoghesi siete visti meglio voi o gli africani?
Io credo che ai portoghesi l'africano faccia più paura: l'immigrato del medioriente porta con se soltanto il bisogno di lavorare, quello dell'Africa anche un risentimento storico motivato dal colonialismo. È la stessa cosa che provano gli indiani che emigrano in Inghilterra.
Qual è la cosa che ti piace più di Lisbona?
Il clima, è abbastanza simile a quello pakistano.
E la cosa che ti piace meno?
La pietra con cui sono fatti i marciapiedi, come si chiama? La calçada portuguesa, ecco: quanti scivoloni c'ho preso...

SUI MURI DI LISBONA (Rubrica facile, parte 6)

Rua da Paz, São Bento

venerdì 4 aprile 2008

I PENSIERI DEL BLOGGER (Rubrica di intuizioni editoriali, parte 4)

"I pensieri del blogger, gli auguri del blogger,il blogger che decanta la Routard...e se per un po' mi levassi dai coglioni?"

mercoledì 2 aprile 2008

IL LAVORO DI DÉLIO JASSE (Seconda parte)

Leggi la prima parte!

“Nel 1999, appena dall’Angola arrivai a Lisbona iniziai a contattare i parenti che vivevano qua. Mio cugino Aladino mi invitò a lavorare nella sua serigrafia, e così mi avviai all’apprendimento delle tecniche per stampare le immagini su qualsiasi supporto. Lui era anche un buon fotografo, e spesso gli chiedevo di insegnarmi i principi del mestiere, ma faceva sempre il vago. L’atelier però era frequentato da molti artisti che commissionavano lavori oppure li eseguivano personalmente utilizzando i nostri strumenti. Apprezzando le loro opere sviluppai il desiderio di crearne delle mie, e l’occasione concreta si presentò poco tempo dopo, appena mi regalarono una fotocamera digitale. Da autodidatta cominciai a riempire i primi album, e presto passai all’analogico. Poi nel 2003 mio cugino si trasferì in Mozambico e l’atelier passò al fotografo Jorge Bastos, che per me fu una guida fondamentale. Commentava i miei scatti e mi suggeriva come migliorarli, e passo dopo passo arrivai a fare le prime esposizioni. Allora dissi ad Aladino: ‘Vedi, tutto merito di Jorge, tu non mi hai mai voluto aiutare’. E lui: ‘No Délio, tutto merito tuo che hai avuto la passione per imparar da solo le basi. Un vero maestro non può seguire un perfetto ignorante”.
“E quindi non ti sei mai iscritto a una scuola di fotografia?”
“Solo per due mesi all’ARCO, che qui a Lisbona è la più rinomata. L’ho abbandonata perché gli insegnanti scoraggiavano la formazione di un punto di vista personale sulla fotografia. Ci spiegavano le tecniche, nient’altro”.
“E allora quali modelli hai seguito?”
“Per me il più grande di tutti è stato Man Ray, l’inventore del metodo del fotogramma, che permette di sovraincidere l’immagine di un oggetto sulla carta fotografica, creando effetti surreali”.
“In questo periodo hai anche progetti che non riguardano la fotografia?”
“Sì, ne ho uno che si chiama Everyday Life. Registro i suoni della nostra quotidianità e li metto in sequenza per raccontare una giornata comune attraverso i rumori. Si parte con la sveglia, poi c’è lo spazzolino da denti, la tazzina del caffè, il tram, e così via. Ho in mente di associare a questi effetti una fotografia che rappresenta un gruppo di persone in movimento in Praça da Figueira, una scena appartenente alla routine, proprio come quei suoni. Ecco, te li faccio ascoltare per qualche minuto”.
“Bene, allora li registro in un video”.



“Délio, questi rumori hanno un potere evocativo fortissimo. È domenica pomeriggio e sono qui, però mi sembrava di stare nel bagno di casa mia il lunedì mattina, e poi alla stazione di Rato dove prendo la metro”.
“Eh eh, non a caso li ho registrati proprio di lunedì mattina, che è il momento del risveglio di una città per eccellenza”.
“Senti, ma qual è la differenza principale tra un artista portoghese ed uno africano?”
“Al di là dei contenuti c’è uno sguardo differente sulle cose, e di conseguenza un diverso modo di rappresentarle. Ad esempio per un portoghese questo pacco di português vermelhas (sigarette, nda) è un oggetto comune, che a partire dall’infanzia fa parte della sua vita, come le patate. Per me no, è una nuova visione con la quale confrontarmi”.

Il video è disponibile anche sul canale youtube di ilcielosopralisbona.

martedì 1 aprile 2008

CHIUSURA DEFINITIVA DEL BLOG

Pesce d'aprile. Mercado da Ribeira, Cais do Sodré.