martedì 19 febbraio 2008

STORIA DI DONA DEDÉS (Seconda parte)

Leggi la prima parte!

In Italia no, ma in Portogallo, e in particolare la domenica pomeriggio, le donne anziane usano incontrarsi nei bar, non proprio bar, ma pastelarias, locali dove oltre al caffè, i liquori, i panini e i dolci è possibile consumare dei pasti completi. Alcune si ritrovano intorno a un tavolo e parlano per ore, altre, di ritorno dalla bottega o dal supermercato, si riposano per qualche minuto prima di riprendere i sacchetti e dirigersi verso casa. Lisbona è piena di pastelarias. Piena, ve lo giuro, e sono tutte uguali: stesso salone rettangolare, stesso menù, stessi mobili e stesse vivande, ordinate sempre allo stesso modo. Come dice il mio amico Antonio, entri e ti sembra di riascoltare per la millesima volta lo stesso racconto.
Ma stavolta no, stavolta è domenica pomeriggio, e alla pastelaria Alva mi aspetta Dona Dedés con una storia straordinaria.

Piove, e sto risalendo Rua dos Poias de São Bento. Agli angoli delle strade le comitive di neri, riparate sotto i cornicioni, mi osservano impugnare goffamente l’ombrello, mentre il vento che tira dall’Atlantico lo insacca e lo scuote come vuole. Ho sempre detto a chiunque di non passare mai di notte da questo quartiere, perché è vero, le bande che a Lisbona ti assaltano e ti derubano sono formate da negros, che improvvisano la vita tra queste case decadenti e il molo di Cais do Sodré. Adesso però ho vergogna di me stesso, perché la storia di Dedés è tutta in questo triangolo creolo.


Largo Macedo, il "vertice" del triangolo creolo. A sinistra Rua do Poço dos Negros e a destra Rua dos Poiais de São Bento


Il suo vero nome è Maria dos Reis Duarte, e seduta dietro un tavolo sta sfogliando una raccolta di fotografie. “Sei tu Sandro? Vieni, guarda, questa sono io nel mio vecchio ristorante, il Taki Talá. Eh eh, il televisore era ‘appollaiato’ in questa mensola rialzata, e ogni notte, prima di chiudere, lo spegnevo aiutandomi con la punta di quell’ombrello giallo. Cioè, io abbassavo la saracinesca e andavo a dormire, ma Tito Paris, Dani Silva, Paulino Vieira e quel matto di Lionel Almeida rimanevano fino all’alba a suonare e a raccontare storie con gli altri musicisti capoverdiani”.
“Come? Tito Paris frequentava il suo locale? Ma lui è…”
“Allora, fino al ’76 ho abitato in Rua de São Bento, in una casa dove avevo ricavato una specie di osteria aperta a tutte le ore del giorno. Poi sposai Toi, il mio secondo marito, e ci trasferimmo in Largo do Conde Barão, proprio qua dietro. Ecco, lì riaprimmo l’osteria, tra il salotto e la cucina, e ogni notte, quando finiva di suonare nelle discoteche, Tito veniva da noi trascinando con se comitive di ragazzi, tutti affamati di cachupa, zuppa di pesce e frutti di mare girati in padella. Più tardi arrivavano i marinai stranieri dal porto di Alcântara e i muratori capoverdiani che lavoravano nei cantieri periferici della città. Tito non aveva ancora diciotto anni, ma riusciva a far cantare tutti. Mi chiamava ‘a segunda mae’, e pensa, mi dedicò una poesia che diceva così: nós sentados a contar historias, a comer e beber lá na Dedés, não há preto não há branco, não há raça não há cor, tem só gente lá na Dedés (1). Una notte mi portò in casa persino Cesária Évora, che aveva appena concluso un concerto al teatro São Luiz”.
Dedés perde lo sguardo oltre di me, quasi a cercare il suo giovane amico ormai lontano. “Quando torna dai suoi tour mondiali Tito passa sempre a trovarmi, lì nella mia casa in Rua da Paz, beviamo un bicchiere di grogue, la nostra grappa capoverdiana, e ridiamo come ai vecchi tempi”.


Con Dona Dedés a un tavolo della pastelaria Alva


Continua a sfogliare l’album con le sue mani forti. “Guarda Sandro, questo quadro era appeso su una parete del Taki Talá, sono dieci bambini che giocano sulla battigia di una spiaggia capoverdiana. Sono dieci come le isole del nostro arcipelago. Io nacqui in quella di São Vicente, come mio padre. Mia madre no, lei era di Bela Vista”. Dedés volta pagina, ma i suoi occhi si allontanano ancora, e con un filo di voce rauca spezza il mio sorriso: “Fu nell’isola di Santiago che invece ritrovarono il corpo morto di mio marito Manuel, il padre dei miei primi quattro figli. Era l’estaste del ’74, non ho mai saputo chi lo uccise, e nemmeno perché”.

Stridono i binari del 28, e il passaggio del tram fa vibrare le pareti della pastelaria. Mi viene da pensare al terremoto che nel 1755 rase al suolo questa città, e a quello che nella lontana estate del ’74 distrusse la vita a questa donna che ora siede di fronte a me. “Dopo cinque anni di lavoro duro, con i risparmi accumulati grazie all’osteria di Conde Barão io e Toi aprimmo il Taki Talá. Era il 1981, Toi morì due mesi dopo, ed io rimasi sola con sei figli. Ormai i miei clienti erano la mia famiglia: giovani artisti, africani, nottivaghi e squattrinati. Ma col passare degli anni tutto cambiò: Tito e gli altri divennero famosi e cominciarono a portare la loro musica in giro per il mondo, le attività portuali diminuirono e il quartiere cominciò ad essere disabitato. C’erano giornate in cui vendevo a malapena qualche birra, e piano piano i miei risparmi si esaurirono. Poi, tre anni fa, la Camara Municipal ha chiuso il locale per motivi di sicurezza, ed io, non avendo i soldi per poterlo ristrutturare, sono stata costretta ad abbandonare l’attività”.

Usciamo dalla pastelaria e discendiamo Rua dos Poiais de São Bento. “Dedés, ma adesso come vive, è pensionata?”. “No, non ho raggiunto i contributi necessari, fino all’apertura del Taki Talá ho sempre lavorato al nero. Vivo con la pensione del mio terzo marito, che ho sposato nel ’90. Lui è uno storico e capisce l’italiano. Quando hai scritto l’articolo portamelo, così me lo faccio tradurre da lui, te ne ricordi vero?”

Arrivo a casa tutto bagnato, e subito mostro alle mie coinquiline le foto che ho scattato a Dona Dedés. “Che carina!”, esclama Silvia, “Guarda, si è messa il rossetto per farsi intervistare da te”.
Io guardo meglio le foto e un po’ mi incazzo. Ma perché in certe cose c’arrivo sempre per ultimo?


(1) Seduti a raccontare storie, mangiando e bevendo là da Dedés, non c’è nero e non c’è bianco, non c’è razza ne colore, ma soltanto le persone là da Dedés.

6 commenti:

rossella ha detto...

E' incredibile quante emozioni mi hai fatto provare con i tuoi racconti e quelli di dona Dedés... e pensare che ho vissuto mesi nella sua "mesma rua sem saber nada dela!"
Grazie di cuore per avermi regalato un' altra "esquina da nossa amada Lisboa".

Rossella (te lembras?)

francesco ha detto...

bresci la prossima volta che torni in italia te la devi portare dietro...

Sandro ha detto...

rossella, che dire...lusingato!
e poi ho molta stima di voi che salivate calçada do combro almeno una volta al giorno.

silvia ha detto...

Bre..citata nell'articolo con dona Dedés..che dire, onorata e anche un po' imbarazzata.
So di essere in ritardo tremendo con la lettura, pero' storia pazzesca e articolo splendido
Complimenti

sara ha detto...

Ho trovato il tuo blog per caso, seguendo quest'amore per Lisbona che purtroppo ho potuto vivere sola da turista. Scrivi cose molto emozionanti, complimenti.

Anonimo ha detto...

grazie Sandro per l'opportunità di proseguire la mia esperienza lisboeta (ci ho vissuto 1 anno e ci torno appena posso) seppur attraverso la tua.
Amo la lisbona che racconti e mi piace come la racconti. Temo che sarò una voyeur fidata e fedele del tuo blog... elisa