mercoledì 9 luglio 2008

LISBONA CAPITALE FASHION

C’è fashion e fashion, e quello lisboneta io lo trovo interessante, perché sì, evolve spedito come il suo carattere gli impone, seguendo però una sorta di restyling delle risorse ambientali e culturali della città. Dagli anni ’90 in poi, anche grazie al contributo dell’eccellente scuola di design portoghese, la filosofia del popolo fashion di Lisbona ha risposto a una sola regola: tutto ciò che è vecchio diventerà avanguardia.
Non a caso nell’antico e dissestato Bairro Alto hanno aperto decine di boutique di stilisti provenienti da tutta Europa, rimpiazzando attività ormai obsolete. È celebre il caso del serbo Aleksander Protich, che nel ’99 ha ricavato il suo negozio dai locali di un’ex macelleria, adattando a gruccie i ganci per appendere le carni.

La vetrina del Bairro das Cores, al 241 di Rua da Rosa (Bairro Alto)

Un emblema del connubio “fashion-restyling” in atto a Lisbona è il manichino esposto al 193 di Rua da Rosa (il negozio non ha un nome, mi dispiace), avvolto dal nastro bianco e rosso dei lavori in corso, un elemento paesaggistico molto ricorrente nel quartiere, dove c’è sempre un palazzo diroccato o una buca da segnalare.


Per me questo manichino è una fantastica conversione in chiave fashion di una risorsa abbondantemente disponibile nel Bairro Alto: il nastro dei lavori in corso, appunto.
Certo, come in tutte le avanguardie c’è poi chi esagera senza rendersene conto. Sto parlando degli arredatori del bar Majong, in Rua da Atalaia, che rievocando l’antico soprannome dei lisboneti (alfacinhas, mangiatori di lattughe) hanno disposto una serie di lamapadari il cui piatto è un cesto di insalata romana.


Segnalo infine il blog fashionstreet-lisboa.blogspot.com, una raccolta di fotografie di gente fashion che l’autore ha incontrato per le strade del centro di Lisbona.

2 commenti:

Matteo ha detto...

Caro Sandro,
hai proprio ragione, c'è fashion e fashion. Tuttavia, la parola "fashion" mi crea insopportabili pruriti neuronali, sarà il semplice accavallarsi dei suoni. Ad essere precisi, mi crea più un'angoscia, ovvero una paura di un novecentesco non-identificato, di ciò che può nascondersi dietro l'apparenza che il "fashion" celebra. E non capisco se è un "horror vacui" o un "horror pleni", ma alla fine stiamo tutti sulle sponde di un Tejo esistenzial-sociale, tra l'Oceano e il Mediterraneo, i cui fondali se ne fregano dei nostri pruriti. E rimangono solo le creste sull'acqua, sempre nello stesso verso. Il "fashion", appunto.
Come sempre, saluti.

Antonio ha detto...

Caro Sandro,
sblindo al fashion come se fosse di bacalhau. Comunque circospezione di prurito anche un pó com manteiga.

Saluti.