Fiumi di alcool, passioni di una notte, fedeli di Dio (fiéis de Deus) ingannati nel cammino.Travessa dos fiéis de Deus, Bairro Alto.
lunedì 21 febbraio 2011
IL BAIRRO ALTO È UN INFERNO
lunedì 31 maggio 2010
CAFFÈ A LUCI ROSSE
Per molto tempo mi sono chiesto perché, ad ogni ora del giorno, un’insospettabile e variegata clientela entrava e usciva dal cinema pornografico Paraíso, nella centralissima Rua do Loreto, tra Praça Luís de Camões e il quartiere di Santa Catarina.
Comitive di impiegati e commesse in pausa pranzo, anziane signore e persino poliziotti in divisa: un andirivieni no stop, rutinario, senza la malizia o gli sguardi furtivi di chi non vuole essere “sgamato” in un posto simile.
Poi un giorno, proprio in Rua do Loreto, incontro un amico brasiliano che mi invita a bere un caffè. Mi lascio condurre e con la massima disinvoltura si addentra nel Cinema Paraíso.
Passiamo un corridoio zeppo di strumenti sadomaso e DVD hard esposti nelle bacheche (ricordo “Bacalhau com ucranianas” e “Aventuras sexuais de um Cavalo Lusitano”) e arriviamo in un bar, una piccola area decorata con stucchi e dipinti pseudo-barocchi raffiguranti scene erotiche.
Assaggio il mio espresso: il migliore mai provato a Lisbona.
Finalmente la voce era giunta anche a me.
mercoledì 28 gennaio 2009
CIMINIERE SURVIVORS
Fra i tetti di São Bento e del Bairro Alto si staccano quattro lunghe ciminiere di mattoni a forma conica. Nascoste dai cornicioni e dal dislivello dei vicoli, non è immediato scorgerle. Strambo, no? Reperti industriali fra edifici del ‘600. Travessa da Peixeira
Rua de São Marçal
Rua de O Século
Rua das Salgadeiras
“No, no, non erano fornaci, ma panetterie”, mi svela un vecchio passante in Travessa da Peixeira. “Hanno funzionato fino a quarant’anni fa, ma mia nonna raccontava che esistevano già prima del terremoto del 1755. Distrusse la città, ma questi cannoni chi li butta giù?”
domenica 30 novembre 2008
GRAFFITI IN REDAZIONE
Fino agli anni ’60 i principali quotidiani portoghesi avevano sede nel Bairro Alto. Alcune strade, come Rua de O Século e Rua Diário de Notícias, rievocano le omonime testate che un tempo vi operavano.
Al 103 di Rua do Norte c’era la redazione de A Capital, che da giovedì scorso, dopo un lungo abbandono, ospita il Visual Street Performance, uno dei primi esperimenti mondiali di “graffiti in galleria”. Sette writers lisboneti hanno ottenuto dalla Câmara Municipal la concessione di questo spazio fatiscente per trasferire la loro arte dall’aperto al chiuso. Ecco come l’hanno trasformato.(Lisbona pulita fuori putrida dentro)
lunedì 8 settembre 2008
IL BAIRRO ALTO DIVENTA UN MUSEO
È nato a Lisbona il primo “street museum” del mondo, il Museu Efémero, e per visitarlo bastano un lettore mp3, una dettagliata cartina del Bairro Alto e un’insana voglia di camminare in salita.
Merito della Pampero Fundacion, che dopo aver localizzato 33 graffiti tra i muri del quartiere, creati da writers noti sulla scena internazionale, ha prodotto un’audio-guida (scaricabile in podcast all’indirizzo http://museuefemero.blogspot.com nelle versioni inglese e portoghese) contenente informazioni sugli artisti e sulle tecniche applicate in ogni opera. Gli organizzatori consigliano di intraprendere il giro al tramonto con un bicchiere di Dirty Pampero ghiacciato.
Sabato pomeriggio mi sono fatto prestare un iPod e ho completato l’itinerario. Ecco alcuni dei graffiti che ho visto in quasi due ore di percorso.
Rua da Rosa 136 – Artista: DolkSecondo alcuni Dolk è uno pseudonimo utilizzato da Banksy per firmare opere di importanza minore.
Travessa do Poço da Cidade 47 – Artista: Dolk
Rua do Norte 7 – Artista: sconosciutoL’autore di questi due cuori ha voluto conservare l’anonimato, ma ha confidato agli ideatori del museo che il semaforo non avrebbe dovuto far parte dell’opera, poiché l’ha dipinto per svago mentre aspettava un’amica a cui aveva dato appuntamento.
Rua da Atalaia 211 – Autore: Bitmap
Travessa da Agua da Flor 33 – Artista: Freemantle
Travessa dos Fiéis de Deus 6 – Artista: Freemantle
Bagni pubblici dell’Adamastor – Artista: Quill
Rua das Salgadeiras 3 – Artista: Olivia
mercoledì 9 luglio 2008
LISBONA CAPITALE FASHION
C’è fashion e fashion, e quello lisboneta io lo trovo interessante, perché sì, evolve spedito come il suo carattere gli impone, seguendo però una sorta di restyling delle risorse ambientali e culturali della città. Dagli anni ’90 in poi, anche grazie al contributo dell’eccellente scuola di design portoghese, la filosofia del popolo fashion di Lisbona ha risposto a una sola regola: tutto ciò che è vecchio diventerà avanguardia.
Non a caso nell’antico e dissestato Bairro Alto hanno aperto decine di boutique di stilisti provenienti da tutta Europa, rimpiazzando attività ormai obsolete. È celebre il caso del serbo Aleksander Protich, che nel ’99 ha ricavato il suo negozio dai locali di un’ex macelleria, adattando a gruccie i ganci per appendere le carni.
La vetrina del Bairro das Cores, al 241 di Rua da Rosa (Bairro Alto)
Un emblema del connubio “fashion-restyling” in atto a Lisbona è il manichino esposto al 193 di Rua da Rosa (il negozio non ha un nome, mi dispiace), avvolto dal nastro bianco e rosso dei lavori in corso, un elemento paesaggistico molto ricorrente nel quartiere, dove c’è sempre un palazzo diroccato o una buca da segnalare. 
Per me questo manichino è una fantastica conversione in chiave fashion di una risorsa abbondantemente disponibile nel Bairro Alto: il nastro dei lavori in corso, appunto.
Certo, come in tutte le avanguardie c’è poi chi esagera senza rendersene conto. Sto parlando degli arredatori del bar Majong, in Rua da Atalaia, che rievocando l’antico soprannome dei lisboneti (alfacinhas, mangiatori di lattughe) hanno disposto una serie di lamapadari il cui piatto è un cesto di insalata romana. 
Segnalo infine il blog fashionstreet-lisboa.blogspot.com, una raccolta di fotografie di gente fashion che l’autore ha incontrato per le strade del centro di Lisbona.
lunedì 19 maggio 2008
BANKSY È PASSATO DA LISBONA?
Secondo l’artista Pedro Soares Neves il ratto che appare nella foto, dipinto tra una parete e un marciapiede di Travessa da Espera (proprio di fronte al bar Sétimo Céu), in pieno Bairro Alto, è opera del misterioso graffiter inglese Banksy, il mito urbano che in anonimato è persino riuscito a “violare” il muro di Gaza.
L’ipotesi di Soares Neves è rafforzata dall’impressionante somiglianza col topo della foto in basso, disegnato da Banksy in una via del centro di Londra.
mercoledì 14 maggio 2008
LA MUSICA ITALIANA NEI JUKEBOX DEL BAIRRO ALTO (Rubrica che piacerebbe a Red Ronnie, Fonzie e Sabrina Salerno. Parte 1)
Nonostante dalla fine degli anni ’80 il settecentesco Bairro Alto (quartiere alto) sia l’emblema della vita notturna cittadina, alcuni bar non si sono mai rinnovati, e conservano ancora i vecchi jukebox con le canzoni dell’epoca.
Schedando due locali alla volta, scopriremo com’è rappresentata la nostra musica.
BAR AS PRIMAS, Rua da Atalaia.
Brani italiani contenuti: Balla Balla di Francesco Napoli e Mama dame 100 pesetas di Raffaella Carrà.
Tra gli altri brani, quello che avrei scelto senza (ri)conoscerlo: Tarzan Boy di Jimmy McShane.
CAFÈ ESTADIO, Rua de São pedro de Alcântara.
Brani italiani contenuti: Balla Balla di Francesco Napoli e El corazon es un gitano di Nicola Di Bari.
Tra gli altri brani, quello che avrei scelto senza (ri)conoscerlo: Fado swing di Helena Tavares.
Note:
1) Mama dame 100 pesetas è la versione spagnola di Mamma dammi 100 lire. Ho già controllato: 100 pesetas valevano poco meno di mille lire, quindi a Raffa gliela possiamo passare.
2) Francesco Napoli era un cantante sconosciuto in Italia e apprezzato all'estero. In questo video di Balla Balla (http://www.youtube.com/watch?v=gp4Z-EE6Wr0&feature=related) che ho trovato su youtube, durante un concerto in Germania comincia a distribuire gelati artigianali al pubblico per rimarcare la sua "italianità".
mercoledì 12 marzo 2008
IL GRIOT DEL BAIRRO ALTO (Seconda parte)
Leggi la prima parte!
“Nel ’94, a 21 anni, decisi di lasciare il mio paese e di venire a Lisbona, che è una città di frontiera tra l’Africa, l’Europa e il Sud America. Anche Londra e Berlino sono capitali cosmopolite, ma qui l’integrazione tra le varie comunità è davvero unica. I griot hanno uno spirito nomade, e così come fece mio nonno, che dal Mali si spostò nella Guinea Bissau, pure io emigrai, per la curiosità di conoscere nuove culture e per il bisogno di staccarmi dalla società guineense, dominata da modelli gerarchici. Non capivo perché nonostante avessi vent’anni a disporre della mia vita doveva essere il capofamiglia, che a sua volta ubbidisce al capovillaggio, le cui decisioni dipendono dal discendente del re. Questa è la contraddizione che viviamo noi giovani africani che viaggiamo per il mondo: esportiamo i valori di una realtà dalla quale fuggiamo. Nel 2005, quando finalmente registrai il mio primo disco, Teriké, che in madinga significa ‘amico’, espressi questi concetti nel brano Jussu sumia, ‘felicità’, dicendo proprio che la felicità di ogni persona risiede nella possibilità di scegliere per se stessa. Ecco, te la canto”.
Jussu sumia
“Grazie Kimì”.
“Sai che a questo disco ha partecipato pure una cantante italiana? Si chiama Chiara. E c’era pure Johannes, un trombettista tedesco. A partire dagli ultimi anni ’90 a Lisbona sono arrivati tanti musicisti europei interessati alle sonorità africane. Con loro due ho fondato il gruppo Tama Là, e insieme siamo andati in tournee in molti paesi, pure in Italia, esattamente a Pontedera, a Roma e a San Marino”.
Appena gli dico che le 500 lire di San Marino erano diverse da quelle italiane, e che addirittura esiste una nazionale sammarinese, Kimì scoppia a ridere.
“Ah ,ah, ah…e hanno pure un campionato di calcio?”
Non ne ho idea, ma gli rispondo di sì perché mi piace vederlo sganasciarsi in quel modo.
“No, scusami, so che la ricchezza dell’Italia sta nell’unione delle varie identità che la compongono, ma alle volte credo che certe rivendicazioni ostacolino i processi integrativi. Nel nome di inesistenti ‘superiorità razziali’ alcune etnie africane si sono contrastate persino con le armi. Senti, io vivo a Lisbona da quasi quindici anni, e trovo che la cosa peggiore dei portoghesi sia questo timoroso atteggiamento che hanno nei confronti delle culture delle ex colonie, quasi come se la contaminazione potesse minacciare la loro identità nazionale. Cercano in modo patetico di conservare questo ‘orgoglio lusitano’ rievocando di continuo episodi accaduti 500 anni fa, senza alcuna fiducia nel futuro. Se chiedi a un portoghese chi sono i griot lui non lo sa, eppure li ha dominati per secoli. E la stessa cosa succede con la musica: per loro il repertorio africano si ferma al funanà e alle mornas introdotte dai primi immigrati capoverdiani negli anni ’60. Non conoscono altro. Anche per questo ho deciso di registrare il mio secondo disco, che uscirà tra poco e avrà il mio nome, Kimì Djabaté, soltanto con strumentisti guineensi, voglio che il pubblico europeo sappia cos’è la musica dei griot allo stato puro. Il mio produttore è un indoamericano, ho cercato di convincere qualche casa discografica portoghese, ma mi dicevano sempre aspetta, aspetta, aspetta…”
Link al mysapce di Kimì: myspace.com/kimidjabate.
I video sono disponibili anche sul canale youtube di ilcielosopralisbona.
lunedì 10 marzo 2008
IL GRIOT DEL BAIRRO ALTO (Prima parte)
“Pronto? Ciao, sono Sandro. Tu sei Kimi, vero? E suoni la kora?”
“Eh eh…no, in verità mi chiamo Kimì e suono la korà (1), e in particolare il balafon. Ho letto il tuo messaggio, se vuoi possiamo vederci domani, ci stai?”
“Va benissimo, allora porta lo strumento che preferisci, così facciamo un video”.
“Ok, porto il balafon. Troviamoci in Bairro Alto, io vivo lì. Fammi pensare a un posto silenzioso…ecco! Alle quattro all’incrocio tra Rua dos Caetanos e Travessa dos Inglesinhos, proprio dietro il Conservatorio, hai presente?”
Lo vedo arrivare affaticato con una grossa custodia sulle spalle. “È pesante, vero?”
“Sai, le salite del Bairro. Comunque ci ho fatto l’abitudine, a fare le prove col mio gruppo vado sempre a piedi”.
Kimì apre la custodia, e per la prima volta osservo un balafon. “Ma è un predecessore dello xilofono o sbaglio?”
“Sì, è molto simile, le sonorità però cambiano. Guarda, sotto i tasti di legno ci sono delle zucche che funzionano da cassa di risonanza, infatti sono forate. Anticamente il buco si ricopriva con la tela di ragno, o addirittura con le ali di pipistrello. Adesso invece si usano molto le cartine per rollare il tabacco, lo faccio anch’io”.
“E come hai imparato a suonarlo?”
“È così, io provengo da una famiglia di griot…ma tu sai cos’è un griot?”
“È un saggio che tramanda oralmente la storia della propria etnia, no? Aspetta, chi è che diceva: ‘Quando in Africa muore un vecchio è una biblioteca che brucia’?”
“Esatto, era Armadou Hampate Ba, uno scrittore malinese. I griot però sono figure tipiche di tutta l’Africa occidentale. Ecco, mio nonno nacque in una tribù di griot di etnia mandinga, che quando lui era giovane lasciò il Mali per viaggiare nella Guinea-Bissau. Dopo qualche anno uno dei tanti re che conservò il suo potere durante la dominazione portoghese, quello della regione di Cossarà, lì invitò a fermarsi e a lavorare alla propria corte. Così nacque Tabato, il mio villaggio, uno stranissimo accampamento di cento persone, tutte griot, dove ancora oggi non si fa altro che raccontare storie dalla mattina alla sera accompagnandole con strumenti tradizionali come il balafon, il djembè, la korà e il konì (2). E siccome la cultura dei griot si trasmette a livello familiare, già dall'età di tre anni non appena iniziavo a piangere i miei genitori mi mettevano in mano queste due mazze ricoperte di caucciù, e io martellando il balafon ritornavo allegro”.
“Che bisogno aveva il re di chiamare la tribù di tuo nonno alla sua corte?”
“I griot, conoscendo le storie di tutte le famiglie di una certa etnia, potevano aiutare il re a prendere le sue decisioni. Ancora oggi nella Guinea-Bissau alcuni conflitti tra famiglie vengono risolti dai discendenti di quei re, che prima di stabilire il da farsi consultano i griot. A me è capitato tante volte di suonare per ore e ore mentre un griot di Tabato raccontava ad uno di questi discendenti reali tutto il passato di due famiglie in lotta fra loro”.
“E un griot come fa ad essere riconosciuto tale? Mica esiste un titolo?”
“No, certo, viene riconosciuto in base al cognome. Il mio ad esempio è Djabatè, e nella mia regione tutti sanno che i Djabatè provengono da una dinastia di griot, così come i Sumano, i Kuiatè e i Galissà".
“E pure le donne potevano essere griot?”
“Sì, l’unica differenza è che le donne griot suonavano unicamente il neghelì, uno strumento a corda che si tende tra gli anulari delle due mani. Per il resto avevano sul re la stessa influenza degli uomini. Adesso ti suono un brano che si chiama ‘Lamban’, che in madinga, il dialetto dei mandinghi, significa ‘calma’, e invitava il re a prendere le sue decisioni in serenità”.
Lamban
(1) Strumento tradizionale dell'etnia mandinga costituito da 21 corde e una cassa semisferica.
(2) Strumento a quattro corde simile al liuto.